“La mia rivoluzione spaventerà la camorra” “da LaStampa.it”


De Magistris racconta il suo primo mese a Napoli: «Governerò dieci anni»

MICHELE BRAMBILLA
INVIATO A NAPOLI
10 luglio 2011
Si era candidato promettendo di far sparire la monnezza in cinque giorni. A oltre un mese dalla sua elezione, gli hanno già rimproverato di non aver mantenuto la parola. Così lui è stato costretto a passare dall’attacco alla difesa: «Abbiamo avuto problemi di ogni tipo, i roghi, i veti della Lega… Però il primo giugno, quando mi sono insediato, c’erano 2.500 tonnellate di rifiuti per le strade. Adesso siamo scesi a mille. Solo in due quartieri la situazione è ancora critica: Ponticelli e Fuorigrotta».

Il fatto è che Luigi De Magistris comincia ad assaggiare la differenza tra la vecchia e la nuova vita. Da magistrato, questo napoletano figlio, nipote e pronipote di magistrati era il pubblico accusatore degli altrui reati. Da politico, il fustigatore delle altrui inadempienze. Da un mese a questa parte è passato tra coloro che non devono né accusare né opporsi, ma amministrare. «Il primo giorno che mi sono seduto qui in questo ufficio mi sono detto: Luigi, adesso devi governà».

Sulla capacità di passare da oppositore a governatore De Magistris si gioca tutto il suo futuro politico. Come sarà ricordato dai posteri? Cometa o astro nascente? Bluff o innovatore? Dicono che non gli manchino determinazione, scrupolosità, precisione, cura dei dettagli. Ne abbiamo un assaggio alle ore quindici e tre minuti, mentre siamo nel cortile di palazzo San Giacomo – la magnifica sede del municipio di Napoli – e suona il cellulare della sua gentilissima portavoce, scesa per farci strada: è il sindaco che chiama per chiedere se l’ospite, atteso per le quindici, è già arrivato oppure no. «De Magistris – ci viene spiegato – non sopporta i ritardi». Almeno una cosa gli va riconosciuta. In Comune deve aver portato una bella ventata di novità se non altro per l’età media dei componenti del nuovo staff. Trent’anni? Forse anche meno. Non sappiamo se sia stato uno di questi ragazzi, o qualcuno dei precedenti dipendenti, ad appendere di fronte all’ingresso della stanza del sindaco un ritratto di padre Pio. Sappiamo però che del frate di Pietrelcina il primo cittadino di Napoli avrà certamente bisogno, tante e tali sono le montagne da scalare.

La prima, non è neanche il caso di dirlo, è appunto la montagna di monnezza. Onestamente, a girare per Napoli di spazzatura non se ne vede quasi più. Almeno in centro. Ma resta il non secondario problema della destinazione di questa spazzatura. L’hanno tolta dalle strade, va bene: ma poi? Venendo dal Nord, riportiamo al sindaco quello che pensano della storia dei rifiuti non solo Bossi e Calderoli, ma anche molti cittadini comuni. In sintesi: è colpa dei terroni. «No, non è colpa dei napoletani, glielo assicuro. Ogni giorno siamo invasi da migliaia di mail e di lettere di cittadini che non vedono l’ora di collaborare con la raccolta porta a porta. Il napoletano, tendenzialmente, non ha fiducia nelle istituzioni. Ma considera le istituzioni come insieme di singoli uomini e singole donne. Se questi uomini e queste donne danno il buon esempio, i napoletani si superano. Il guaio è che qui abbiamo avuto una classe dirigente collusa». Con la camorra? «E con chi se no? Guardi che senza il rapporto con politica e finanza la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta sarebbero già state sconfitte da un pezzo».

Anche qui, gli rimproverano la differenza tra il dire e il fare. Governare avendo a che fare con la camorra non è facile per nessuno, Neanche per lui, che confessa: «Ogni tanto guardo in faccia il mio interlocutore e penso: e se fosse un camorrista? È un rischio continuo per chi amministra. Ma mi sono circondato di collaboratori che hanno combattuto per anni la camorra, dal mio capo di gabinetto che è un carabiniere a Narducci, l’ex pm, che fa l’assessore». Ha paura? «Ho fiducia nei napoletani. Un sindaco che lavora bene crea problemi di consenso alla camorra. Io ho capito che avrei vinto le elezioni quando ho visto come mi hanno accolto nei quartieri difficili: Scampia, Sanità, Pignasecca. Non è vero che i napoletani vogliono convivere con la camorra. Nessuno è contento che il proprio figlio debba andare a elemosinare un posto di lavoro».

Dice che la gente di Napoli «sta vivendo una speranza nuova». E aggiunge che se fa il sindaco è solo perché l’hanno voluto i napoletani: «Non sono un politico di professione, anzi avrei voluto fare il magistrato tutta la vita. Ma ora faccio il politico, e lo faccio come esito di una rivoluzione». Addirittura? «A Milano c’è stato un risultato straordinario, ma nell’ambito della normale contrapposizione fra centrodestra e centrosinistra. A Napoli è successo qualcosa che non s’è mai visto prima. Non è stato un voto di protesta, ma un voto di protesta e di proposta. Un voto di cervello e non di pancia. Una rivoluzione venuta dal basso».

«La situazione che ho trovato è peggiore di quella che mi aspettavo. Ad esempio, non sapevo che il Comune avesse le casse vuote. Quello delle passate amministrazioni non è neanche stato un malgoverno; più semplicemente, è stato un non-governo». Con Berlusconi, che di certo non ama, De Magistris ha in comune una dote importante: l’ottimismo. «Da un lato ho lo svantaggio di aver trovato la situazione più difficile che Napoli abbia mai avuto. Ma dall’altro ho un paio di vantaggi non da poco: una totale libertà dai partiti e una straordinaria consonanza con i napoletani». Gli raccontiamo del tassista (la solita fonte d’informazione primaria dei giornalisti) che dopo averci illustrato la propria teoria sulla superiorità delle dittature rispetto alle democrazie, ci ha fatto l’elogio del De Magistris decisionista.

Lui ride e rassicura: «Amo il decisionismo che passa attraverso la democrazia». Un dittatore democratico? «Un decisionista democratico». Insomma, si spieghi. «Mi confronto con tutta la città. Ma alla fine decido io».

Gli chiediamo chi sente più spesso tra Grillo (che non voleva che si candidasse), Vendola (che non l’ha appoggiato al primo turno) e Di Pietro (che si dice sia geloso di lui). De Magistris non è molto diplomatico: «Il consenso ce l’ho dalla gente. Gli altri stanno a guardare. Quello che è successo a Napoli fa paura non solo alla camorra». Punta a Roma? «Prima voglio amministrare Napoli». Per quanto tempo? «Dieci anni. Poi magari saranno solo cinque». E dopo? “Vorrei portare a livello nazionale l’esperienza napoletana». Se lo farà, vorrà dire che gli sarà riuscita anche la seconda rivoluzione: aver dimostrato che sa governare.

http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/410886/

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