Beni ed aziende confiscate

http://www.rassegna.it/articoli/2011/07/01/75787/mafia-cosi-falliscono-le-imprese-confiscate
02 LUGLIO 2011
Mafia, così falliscono le imprese confiscate
Normative in ritardo, banche e Comuni indifferenti. Gran parte delle aziende sottratte dallo Stato ai clan costrette a chiudere. Un segnale di debolezza e insieme un danno per i lavoratori e l’economia DI ANTONIO FICO
Il terreno su cui lo Stato rischia di perdere la battaglia contro le mafie passa per la bonifica e il recupero delle imprese sottratte ai clan, il motore intorno a cui si muove l’intera economia criminale. Aziende edili, alberghi, ristoranti, società di noleggio e di informatica, supermercati, cave, cementifici, impianti sportivi, perfino cooperative di assistenza ai disabili che, secondo le stime del sindacato, danno lavoro ad almeno 50mila persone e quasi sempre chiudono i battenti dopo il sequestro e la confisca. Secondo i dati dell’Agenzia nazionale beni sequestrati e confiscati, dal 1983 ad oggi appena 45 imprese (su 431) passate per le mani dello Stato, e poi uscite dalla gestione pubblica, sono tornate dopo un certo numero di anni nel mercato legale, con nuovi proprietari. Le altre sono tutte fallite. Delle 973 imprese ora nella gestione dell’Agenzia nazionale, solo 232 sono ancora attive (molte in condizioni estremamente precarie e con poche possibilità di sopravvivere) e da collocare, mentre per tutte le altre sono state avviate le pratiche per la liquidazione o per la cancellazione dal registro delle imprese. Uno smacco, per lo Stato, incapace di rilanciare attività economiche che, a prezzo di duri sacrifici e una grande dispiegamento di forze e risorse, è riuscito a strappare alle organizzazioni criminali.
Le confische. Magistrati e polizia, senza sosta, portano a segno successi straordinari: al 1° maggio erano 11.360 gli immobili, beni mobili e aziende riconquistati nella lotta alle famiglie malavitose. Se poi si considerano anche le proprietà poste sotto sequestro, saliamo a oltre 50mila beni. Risultati che consentivano al governo in carica di esultare, appropriandosi propagandisticamente delle grandi inchieste antimafia condotte dalle procure di mezza Italia. Difficile avere stime attendibili sul valore complessivo dei beni. Il governo parla di 17,8 miliardi di euro, che però scendono a tre se si parla di sole confische. Una stima “non attualizzata” dell’Agenzia su 1.916 immobili dei 2.944 che ha in gestione, indica un valore di 362 milioni di euro.Tra gli immobili confiscati, 47 hanno un valore compreso tra 1 e 26 milioni di euro. C’è poi la condizione di questi immobili: su 2.456 proprietà gravano ipoteche (1.457), pignoramenti dei beni aziendali (1.332), procedure giudiziarie in corso (447), che ne rendono difficile il riutilizzo. Passando ai beni mobili, dei 3.691 automezzi posti sotto confisca circa la metà non sono stati rinvenuti o sono stati rottamati. E per quanto riguarda titoli e contanti lo Stato ha incamerato, senza aspettare la confisca, 2,2 miliardi di euro che sono nel Fondo unico della Giustizia.

Le imprese inquinate.
Ma è delle aziende che si parla ancora poco. Non esistono stime del valore patrimoniale né si conosce con esattezza quanti occupati hanno. Secondo la Corte dei Conti, nel 2009, i ricavi provenienti dai beni confiscati ammonta a 5 milioni 719mila euro (era il doppio sotto il governo Prodi). Una miseria, alla luce dei numeri. “L’antimafia delle confische – spiega Salvatore Lo Balbo, segretario nazionale della Fillea Cgil – sembra coincidere con gli immobili, che sono facilmente identificabili. Ma la sfida vera è riportare alla legalità le imprese ex mafiose e trasformare il lavoro sommerso in lavoro con i diritti”. Una impegno complicato, in cui il tesoro di tutte le associazioni mafiose riconosciute in Italia potrebbe contribuire a risanare il debito pubblico e invece rischia di essere sprecato. Per i tre quarti queste aziende sono al Sud (517 in Sicilia, la regione che per prima ha conosciuto la stagione dei sequestri, 270 in Campania, 113 in Calabria, più di 100 in Puglia). Altre due regioni con un consistente numero di aziende confiscate sono il Lazio (100) e la Lombardia (199), segno che la criminalità organizzata sta riunificando alla rovescia il paese.
I gioielli. In pochi casi fortunati, amministratori giudiziari più o meno abili riescono a risollevare le attività e a rilanciarle. I gioielli di famiglia si chiamano Villa Azzurra, una residenza sanitaria in provincia di Milano, con 140 posti letto, che è riuscita a ripartire grazie alla cooperativa “Solidarietà”. L’azienda agricola Suvignano a Monteroni d’Arbia, in provincia di Siena, 680 ettari di uliveti e campi di grano, affidati alla società Strasburgo è in riuso come agriturismo, mentre a Catania il Lido dei Ciclopi è diventato negli ultimi anni meta privilegiata della buona società cittadina. Delle imprese ancora nella gestione dell’Agenzia, 286 sono in liquidazione, 360 sono fallite quando erano ancora in amministrazione straordinaria, per 181 è stata avanzata la richiesta di cancellazione dal registro delle imprese, 30 sono in gestione sospesa. Solo 36 sono in affitto o stanno per essere vendute.
Il voltafaccia delle banche.
“Il momento più difficile – spiega Antonio Cananà, vice prefetto dell’Agenzia nazionale – è quello successivo al sequestro. Le banche, che fino al giorno prima concedevano prestiti, chiedono la liquidazione dei fidi, i creditori si fanno avanti aggressivi e le commesse diventano rare, perché i clienti paradossalmente non si sentono più sicuri”. I tempi di confisca, assegnazione e consegna sono lunghissimi: si calcola dai sette ai dieci anni. E in questo interregno gli amministratori non possono concedere garanzie, se non su apposita richiesta al Tribunale di appartenenza, giocando sul mercato una partita impari.
Governo in ritardo. Come spiega il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone “l’impresa mafiosa impone prezzi e contratti, piega la concorrenza con minacce e violenze, abbatte i costi con il lavoro nero e i reati ambientali, non ha difficoltà di credito e può riciclare enormi profitti illeciti”. Quando arriva lo Stato, i primi a farsi avanti sono banche e creditori. Con il risultato che quando le pratiche giungono nelle mani degli amministratori dell’Agenzia, le aziende sono già decotte e sommerse di debiti. Si calcola che il 33 per cento delle aziende con dipendenti versano in una situazione debitoria grave con un enorme perdita dei posti di lavoro. Gli amministratori poi, come denuncia la Corte dei Conti, operano in condizioni difficili ma sono spesso inadeguati a svolgere le mansioni a cui vengono chiamati.“Le difficoltà sono superate solitamente – dice la Corte – con il ricorso frettoloso alla gestione indiretta, che riporta l’impresa nelle mani di soggetti vicini agli ambienti criminali”. La nuova normativa contempla un albo di amministratori con esperienze di gestione aziendale, ma a due anni di distanza il ministero della Giustizia non ha ancora varato il decreto istitutivo. Così come è in ritardo il varo da parte del governo dei tre decreti attuativi che dovrebbero dare più poteri all’Agenzia già durante il primo grado di confisca. La legge istitutiva, votata nel febbraio 2010, li aveva previsti entro l’agosto dello stesso anno.
Hotel e ristoranti. L’Hotel San Paolo di Palermo, ad esempio, un’enorme struttura di 354 stanze con piscina al quattordicesimo piano, è attualmente in esercizio, ma registra da anni perdite connesse sia al mercato che “alle insufficienze manageriali”. Ci sono poi le moltissime aziende, in parte svuotate dei mezzi strumentali, che non sono più in condizioni di esercitare un’attività con una qualche prospettiva. In altri casi – nota l’Agenzia – il provvedimento di confisca attacca il patrimonio societario, ma non le azioni della società che gestisce, aprendo un contenzioso infinito. È il caso del Parco dei Templari ad Altamura (Bari), del valore di 17 milioni di euro, dove una famiglia mafiosa continua la gestione di un importante immobile confiscato in un comune vicino: una decisione del 14 gennaio scorso del Consiglio di Stato ha posto, dopo anni, lo Stato in condizione di effettuare lo sgombero della struttura e progettare l’avvio di una nuova attività. A marzo l’Agenzia puntava a mettere mano anche alla situazione dell’hotel a quattro stelle “Sigonella Inn”, in provincia di Catania, ancora gestito da familiari del boss che lo possedeva, mentre la ristorazione del castello di Miasino, un immobile del valore di circa 5 milioni di euro in provincia di Novara, appartenuto ai Galasso, continua a essere amministrata dalla moglie del boss, come hanno segnalato le procure distrettuali di Torino e di Napoli.
I comuni non collaborano. Dove non sono le minacce e le intimidazioni dei mafiosi a fermare tutto,“sono i comuni a non soccorrere le società confiscate – osserva Davide Pati, responsabile dell’Ufficio beni confiscati di Libera – per mancanza di cultura o per connivenza”. A Verbumcaudo, un feudo in Sicilia di 150 ettari coltivati a olivi e foraggio, confiscato nel 1987 al “papa” di Cosa Nostra Michele Greco grazie all’allora giudice istruttore Giovanni Falcone, si è paralizzati dall’ipoteca che Sicilcassa accese per prestare i 363mila euro al boss. C’era un protocollo che avrebbe coinvolto un consorzio di ventuno comuni e la provincia nella recupero del bene, ma alla fine lo hanno firmato solo in tre. È della settimana scorsa la notizia che la Regione ha chiesto il trasferimento del bene sotto la propria competenza.

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Beni confiscati, luci e ombre dell’Agenzia.
31 gennaio 2011
By Redazione Malitalia

(di Angela Corica)
Per i beni confiscati ora ci pensa l’Agenzia nazionale che ha sede a Reggio Calabria. Anche rispetto alle possibilità che è in grado di offrire si rilevano posizioni discordanti, da parte di chi lavora a stretto contatto con i beni sottratti alla ‘ndrangheta. Due fatti recenti, abbastanza rilevanti, segnano il percorso dell’Agenzia: un atto di vandalismo due giorni fa in un bene confiscato e, evidentemente, abbandonato a Melicucco piccolo centro in provincia di Reggio Calabria, insieme a una interrogazione dei senatori calabresi del Pdl di qualche settimana addietro, con cui chiedono spiegazioni sul criterio di selezione e valutazione del personale operante nella struttura reggina. La confisca dei beni rappresenta uno strumento indispensabile per colpire il potere mafioso. In primis per indebolire il capitale economico dei boss costruito sul sangue e sulla violenza. Poi per … … …

http://www.malitalia.it/2011/01/beni-confiscati-luci-e-ombre-dell%E2%80%99agenzia/

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BENI CONFISCATI AGENZIA TEMPORANEA DI SCOPO A ISOLA CAPO RIZZUTO

Articolo beni confiscati dopo approvazione L. 50 2010 di Francesco Menditto Magistrato

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Beni confiscati alla criminalità organizzata, anche a Napoli una filiale dell’agenzia nazionale

(26 Novembre) – Napoli, Milano e Palermo ospiteranno sedi secondarie dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati alla criminalità organizzata. Lo ha deliberato il consiglio direttivo dell’Agenzia, diretta dal prefetto Morcone. Le nuove sedi potrebbero essere operative già nei primi mesi del prossimo anno. La riunione ha permesso anche di destinare altri 8 beni immobili, tre dei quali in Calabria, 3 in Abruzzo e 2 in Lombardia, nonché la rottamazione di oltre 30 autovetture ormai obsolete, portando così a 359 i beni immobili destinati da maggio di quest’anno e a circa 700 gli automezzi alienati o destinati.
Il consiglio ha inoltre cominciato l’esame dell’estromissione di singoli beni immobili da un’azienda, non in liquidazione, ed il loro trasferimento al patrimonio degli enti territoriali che ne abbiano fatto richiesta, qualora già utilizzati per finalità istituzionali – ad esempio le scuole – dagli stessi enti, con particolare riferimento alla situazione siciliana. Si è conclusa, infine, la vicenda che si protraeva ormai da tempo, per la proprietà della società Finsavi e della partecipata, Generale Impianti – cava Billiemi srl, con l’acquisizione, da parte dell’Agenzia Nazionale, del restante 50% delle quote di proprietà della Edison. La società palermitana, attiva nel settore del calcestruzzo e degli inerti per l’edilizia con 13 dipendenti, era stata confiscata definitivamente a dicembre del 2007 ad Antonino Buscemi. A novembre di quest’anno, sono 11.152 i beni confiscati definitivamente, con una distribuzione geografica che è del 44,57% in Sicilia, 15,06% in Campania, 13,85% in Calabria, l’8,58% in Lombardia, l’8,12% in Puglia, il 4,32% nel Lazio e, al di sotto del 2%, via via le altre Regioni.

http://www.lunaset.it/politica-napoli/cronaca-napoli/33585-beni-confiscati-a-napoli-una-sede-secondaria-dellagenzia-nazionale.html

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http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/lombardia/2010/11/26/visualizza_new.html_1676437232.html

Anche in Lombardia sede agenzia beni sequestrati alla mafia

(ANSA) – BRESCIA, 26 NOV – A Milano, anche per vigilare su Expo 2015, aprira’ una sede dell’Agenzia Nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalita’ organizzata.
La decisione e’ stata resa nota oggi dal Ministro dell’Interno Roberto Maroni: ”La Lombardia – ha spiegato – e’ la quarta regione in Italia per numero di beni confiscati, dopo la Sicilia, la Campania e la Calabria. Per gestire questo enorme patrimonio che conta 35mila beni, abbiamo creato l’agenzia. La sede principale e’ a Reggio Calabria, la sede secondaria a Roma che, una volta tanto e’ una sede secondaria”.

(SIAMO CURIOSI DI SAPERE QUANTE SEDI AVRA’ L’AGENZIA QUANDO QUESTO GOVERNO NON CI SARA’ PIU’ !)
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http://www.strill.it/index.php?option=com_content&view=article&id=81975:a-napoli-il-congresso-nazionale-dei-dottori-commercialisti-ed-esperti-contabili-&catid=1:ultime&Itemid=204

Demetrio Arena: “L’amministratore giudiziario è chiamato ad entrare in casa del mafioso a gestire i suoi beni”

Nei giorni 21, 22 e 23 ottobre a Napoli si è tenuto il secondo Congresso Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili – dopo l’unificazione – con un titolo molto
impegnativo: “Per un paese migliore” che si ricongiunge a quello del primo congresso tenutosi a Torino: “Protagonisti del cambiamento”. Tra gli argomenti trattati molto interesse ha riscosso la tavola rotonda “i professionisti al servizio del paese per una sempre più ampia sussidiarietà alla Pubblica Amministrazione nell’ambito della gestione dei patrimoni sequestrati”, alla presenza del sottosegretario del Ministero degli Interni, dott. Alfredo Mantovano, del dott. Mario Morcone, Presidente dell’Agenzia Nazionale dei beni sequestrati, del dott. Vincenzo Giglio, Presidente della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, di don Pino Demasi, in rappresentanza dell’Associazione Libera, e del collega dott. Demetrio Arena, Presidente della Commissione di Studio sulle Amministrazioni Giudiziarie presso il CNDCEC.
Particolare interesse ha ottenuto la relazione del dott. Arena che ha fotografato in maniera chiara e precisa il ruolo dell’Amministratore Giudiziario; le funzioni e i compiti che egli deve svolgere ma anche i rischi che deve affrontare, ma soprattutto le motivazioni che devono essere a fondamento della sua attività.
“In questo ruolo la categoria travalica la natura prettamente professionale per ricoprire la veste più pregante di classe sociale; ciò può sembrare un’enfasi eccessiva ma in realtà tale concetto trova concretezza nell’ambito della procedura di sequestro antimafia diretta ad evitare che i beni frutto di attività illecite vengano distratti o alienati nelle more della conclusione del procedimento penale.
In tale ambito l’amministratore svolge un ruolo fondamentale in quanto deve custodire e, quindi, mantenere il valore dei beni e se possibile aumentarne la redditività.
Egli è chiamato ad entrare in casa del mafioso, a gestire i suoi beni ed intrattenere, seppur solo nella fase iniziale, con lo stesso e con i suoi familiari i rapporti necessari per acquisire piena conoscenza del patrimonio.
Quando poi tra i beni posti sotto sequestro vi è anche un’azienda l’attività dell’amministratore diventa molto più difficile, quasi “una missione impossibile”.
In conseguenza del sequestro, infatti, l’azienda passa da una posizione di privilegio – derivante dal potere intimidatorio delle organizzazioni criminali e dalla disponibilità di ingenti risorse finanziare provenienti dalle attività illecite – ad una situazione di grande debolezza causata dagli effetti immediatamente negativi del provvedimento che di fatto determina uno stato di crisi aziendale:
le banche chiedono il rientro immediato delle linee di credito preesistenti e non sono disponibili a sostenere l’azienda;
i fornitori entrano in uno stato di panico e non di rado tendono a chiudere ogni rapporto commerciale o impongono condizioni contrattuali più rigorose;
i clienti manifestano diffidenza;
i dipendenti perdono la sicurezza del posto di lavoro e quindi le motivazioni.
In un siffatto scenario l’amministratore è costretto ad operare, senza alcuna protezione o garanzia, in un ambiente il più delle volte ostile, subendo pressioni ed in alcuni casi vere e proprie intimidazioni. Tale condizione, di fatto altamente rischiosa, è resa ancor più gravosa dalla carenza di regole procedurali e dalle lacune normative.”
Correttamente il dott. Arena ha posto l’accento sul concetto di sussidiarietà e di valenza sociale della funzione, sottolineando come: “le motivazioni che inducono i colleghi ad accettare l’incarico travalicano gli aspetti di carattere squisitamente professionale od economico e si fondano sulla condivisione dei valori morali della lotta alla mafia e dell’impegno sociale nella consapevolezza di svolgere un incarico estremamente rischioso in termini di responsabilità di natura civile, amministrativa e penale e soprattutto in termini di incolumità personale. “
I risultati ottenuti negli ultimi anni nell’ambito dell’aggressione ai patrimoni appartenenti alla criminalità organizzata sono stati illustrati dal dott. Morcone e nel contempo il dott. Arena ha sottolineato l’apporto concreto che la categoria ha dato per il raggiungimento di detto risultati…. “Sulla base dei dati statistici fino ad oggi acquisiti, presso i tribunali dei territori maggiormente coinvolti dal fenomeno mafioso, nella quasi totalità delle procedure (quasi il 90%) le aziende, gestite direttamente dall’Amministratore, permangono sul mercato fino all’acquisizione delle stesse al patrimonio dello Stato, mentre risultano assolutamente marginali i casi in cui si procede alla chiusura definitiva dell’attività imprenditoriale. Così come sono rari i casi di azioni risarcitorie nei confronti dell’Amministrazione giudiziaria laddove i patrimoni sequestrati rientrano nella disponibilità dei legittimi proprietari.”
“Notevoli risultati sono stati ottenuti in campo legislativo con l’emanazione di importanti provvedimenti con i quali sono stati istituiti l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e l’assegnazione dei beni sottratti alla criminalità organizzata e l’albo nazionale degli amministratori giudiziari. Entrambi costituiscono i presupposti per colmare le lacune e l’inadeguatezza del precedente impianto normativo e conseguentemente efficentare il sistema.
Ma il provvedimento che consentirà una svolta è rappresentato certamente dalla legge 136/2010 con la quale il Parlamento ha delegato al Governo l’elaborazione del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione. Questa disposizione rappresenta una svolta epocale considerato che fino ad oggi la materia è stata disciplinata da una norma datata 1965.”
Ma alla tavola rotonda si è parlato anche di proposte concrete necessarie per raggiungere lo scopo della procedura.
“E’ necessario attivare un’efficiente azione sinergica tra tutte le componenti : Ministero – Agenzia Nazionale – categorie professionali – organizzazioni di volontariato. In particolare la nostra categoria dovrà mettere a disposizione il know how acquisito sul campo in oltre 20 anni di attività.
Credo che sia l’Agenzia che il Ministero non possano fare a meno del nostro contributo se si vogliono colmare le carenze di un impianto normativo assolutamente inadeguato con l’obbiettivo di realizzare un sistema efficiente che possa gestire al meglio i patrimoni creati con attività illecite ed adempiere a quella funzione risarcitoria nei confronti della collettività che rappresenta il fine ultimo di tutta la disciplina.”

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Beni Confiscati: Agenzia Nazionale, Destinati Altri 31 Immobili

(ASCA) – Roma, 29 ott – Altri 31 beni confiscati alla criminalita’ organizzata, tra terreni agricoli, appartamenti, depositi, box e locali in genere – alcuni dei quali appartenuti a Francesco Madonia, Giacomo Latella, Pietro Santomauro e Aldo De Benedittis – destinati a fini sociali. A deciderlo e’ stato oggi il Consiglio direttivo dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalita’ organizzata. Due di questi beni sono ubicati in Puglia, 9 in Calabria, 7 in Lombardia, 3 nel Lazio, 4 nelle Marche, 4 in Sicilia e 2 in Campania. E’ stata disposta, inoltre, la rottamazione di altre 70 autovetture confiscate, non marcianti, con oltre 15 anni di vita e prive di interesse storico, che portano cosi’ a 752 le autovetture inefficienti non piu’ in gestione. Con le assegnazioni di oggi sono cosi’ saliti a 351 i beni immobili confiscati destinati, da maggio 2010, dall’Agenzia Nazionale per finalita’ sociali, di sicurezza, di soccorso e di volontariato.

http://www.asca.it/regioni-BENI_CONFISCATI__AGENZIA_NAZIONALE__DESTINATI_ALTRI_31_IMMOBILI-546882–.html

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http://www.toninoamato.it/site/2010/10/audizione-con-il-prefetto-morcone-sui-beni-confiscati/

Audizione con il Prefetto Morcone sui Beni Confiscati

Il Direttore dell’Agenzia Nazionale per i Beni Confiscati, il Prefetto Mario Morcone, ha partecipato oggi all’audizione convocata dalla III Commissione speciale regionale sui beni confiscati alla criminalità organizzata. «Abbiamo fortemente voluto quest’audizione» afferma il Presidente della Commissione Amato «per fare il punto sulla situazione della confisca e del riutilizzo dei beni confiscati in Campania ed affrontare la tematica legata all’apertura di un ufficio distaccato dell’Agenzia nella nostra regione». All’audizione, oltre al Vice Presidente Mafalda Amente e agli altri componenti della Commissione, hanno preso parte l’Assessore regionale Ermanno Russo, l’assessore alla Legalità del Comune di Napoli Luigi Scotti, il responsabile nazionale per i beni confiscati di Libera Davide Pati, il responsabile dell’Osservatorio Provinciale di Caserta sui Beni Confiscati Mauro Baldascino, il Presidente di POLIS Paolo Siani, i responsabili dei consorzi SOLE, Lucia Rea, ed AGRORINASCE, Immacolata Fedele e Gianni Allucci.
La Campania con 1670 beni confiscati è la seconda regione italiana per numero di beni confiscati «Un enorme patrimonio che colpisce la criminalità organizzata al cuore dei suoi interessi economici e che dobbiamo utilizzare attraverso una corretta programmazione sinergica tra tutti gli attori in campo» afferma Amato «Si devono valorizzare le esperienza di eccellenza, superare gli ostacoli che ancora oggi si frappongono al pieno riutilizzo dei beni stessi, addivenire ad una corretta valutazione dell’esistente, quantitativa ma anche qualitativa, anche attraverso la possibilità di strutturare un osservatorio regionale sui beni confiscati sulla scorta dell’esperienza, unica in Italia, di quello provinciale di Caserta»
Al centro dell’audizione l’apertura di un ufficio distaccato dell’Agenzia Nazionale per i beni confiscati in Campania, la necessità di impostare una corretta politica regionale per il riutilizzo sociale degli stessi, ma anche alcuni nodi strutturali che sembrano frapporre seri ostacoli: difficoltà burocratiche, reperimento dei fondi, valorizzazione di strumenti innovativi come i budget di salute, filo rosso che tiene insieme diverse esperienze d’eccellenza di cooperative sui beni confiscati nel casertano, oggi messo i discussione da alcuni responsabili dell’ASL locale per ragioni che restano tutte da chiarire.
Di seguito un ulteriore intervento dell’Onorevole Amato sui risvoti dell’audizione.

«L’apertura di una sede dell’Agenzia in Campania è di fondamentale importanza e seguiremo la vicenda con la massima attenzione, sollecitando Governo nazionale e locale perché si riesca ad addivenire agli investimenti, umani ed economici, necessari alla sua apertura» lo afferma il Presidente della Commissione Regionale sui Beni Confiscati Antonio Amato «Crediamo che questa struttura dovrà essere ospitata all’interno di un bene confiscato e su un territorio che abbia anche un forte valore simbolico. Ma al di là di questa vicenda, sottolineo la grande importanza dell’audizione di</a> ieri. Sono emerse questioni e tematiche importanti e, soprattutto, la comune intenzione di creare un fronte unico sul tema dei beni confiscati. E’ un messaggio che inviamo direttamente alla camorra: vi combattiamo vi colpiremo al cuore stesso dei vostri interessi economici. Anche per questo» conclude Amato «vanno immediatamente risolti i nodi esistenti. La vicenda dei budget di salute, ad esempio è assurda. Non si può permettere che interessi oscuri e cattiva amministrazione di un ASL, quella di Caserta, mettano a rischio alcune delle più importanti esperienze esistente in Italia sui beni confiscati»
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http://www.repubblica.it/cronaca/2010/04/10/news/ndrangheta_confische-3240114/

I BENI PRESI ALLA MAFIA STROZZATI DALLE IPOTECHE, LE ASSICURAZIONI RITIRANO LE GARANZIE GLI AMMINISTRATORI GIUDIZIARI DENUNCIANO: “E’ UN BOICOTTAGGIO GENERALIZZATO”
Calabria, senza boss si fallisce niente credito alle società confiscate

REGGIO CALABRIA – Se uno si chiama Piromalli o Molè, Pesce o Bellocco, tutte le cassaforti si aprono e il credito è garantito. Se però è lo Stato a chiedere un prestito, le banche scappano e soldi non ce ne sono mai. Così falliscono, in Calabria, le società confiscate ai boss.

E’ la legge della ‘ndrangheta. E’ la sua influenza anche quando i capi delle famiglie finiscono in carcere e i loro beni sotto sequestro. Sul mercato, la ‘ndrangheta vince sempre. Gli istituti di credito che davano fiducia ai boss voltano le spalle allo Stato, le compagnie assicuratrici ritirano le garanzie, i fornitori pretendono all’improvviso pagamenti immediati. Un’impresa tolta ai clan non ha quasi mai futuro, è inevitabilmente destinata al tracollo: alla rovina. Piccola o grande, con cinque o con cento dipendenti, è sempre sull’orlo del crac perché nessuno la vuole aiutare. “L’intero sistema delle relazioni economiche, banche in testa, di fronte a un provvedimento della magistratura, si pone in atteggiamenti di totale chiusura invece di sentirsi maggiormente tutelato”, denuncia Domenico Larizza, un amministratore di beni mafiosi di Reggio Calabria che è testimone della bancarotta di ogni azienda che dalle mani dei capibastone passa sotto la gestione dello Stato. Una vergogna che ha sollevato qualche giorno fa con una lunga lettera a Il Quotidiano, uno sfogo per denunciare la posizione degli istituti di credito di fronte a bar e supermercati, imprese edili e attività commerciali che cambiano padrone.

E’ paradossale ma è ciò che avviene, ogni giorno, in Calabria. Operatori economici e finanziari che fanno sempre buoni affari con le società di mafia e, un attimo dopo il sequestro o la confisca, si dileguano. Alimentando le solite voci, i soliti luoghi comuni sulla potenza dei boss. “E’ scandaloso, così il messaggio che arriva all’uomo della strada è sempre lo stesso: la ‘ndrangheta dà lavoro e lo Stato la disoccupazione, la ‘ndrangheta garantisce il benessere e lo Stato la miseria”, dice Larizza che in questi giorni combatte la battaglia per cercare di salvare un’azienda di 70 dipendenti con 20 milioni di fatturato l’anno. E’ la Nifral srl sequestrata a Pasquale Inzitari, ex consigliere provinciale dell’Udc condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Racconta Larizza: “Sono anche il custode giudiziario di un’attività in franchising a Rosarno che apparteneva a un boss. Dopo il sequestro la società ha ritirato subito il contratto e, quando l’attività era finalmente amministrata dallo Stato, la società ha preteso di togliere perfino le proprie insegne”. E’ un supermercato di Rosarno, affiliato allo Sviluppo Discount spa ed era gestito da Alfredo Romeo del clan Bellocco.

Ma è con le banche che soprattutto devono fare i conti gli amministratori giudiziari: “Ci troviamo di fronte a un boicottaggio generale, anche se giuridicamente legittimo, che di fatto ci impedisce ogni concreta possibilità di gestione con il rischio di condurre l’impresa sempre verso la chiusura”.

In Italia le aziende confiscate ai boss delle mafie sono 1185. Il 38 per cento sono in Sicilia, il 19 per cento in Campania e il 14 per cento in Lombardia. In Calabria sono 95. La denuncia di Domenico Larizza era stata anticipata alla fine dell’anno scorso da Antonio Maruccia, il commissario straordinario del governo per la gestione dei beni sottratti alle mafie. Scriveva: “I creditori, e in particolare gli istituti bancari, a seguito del provvedimento di sequestro, tendono a perdere fiducia nelle potenzialità di durata e di competitività economica delle stesse aziende e riducono gli apporti finanziari e il credito erogabile”. Sono le banche che fermano la rinascita delle attività fuoriuscite dal circuito mafioso.

In attesa che la neo Agenzia nazionale per la destinazione dei beni confiscati (la sede centrale è stata inaugurata proprio a Reggio Calabria il 21 marzo dal ministro degli Interni Maroni) si metta in moto, che cosa si può fare per evitare il fallimento di aziende che non fanno più odore di ‘nadrangheta? Risponde il procuratore capo della repubblica di Reggio Giuseppe Pignatone: “Ci vuole un’assunzione di responsabilità delle banche a livello centrale. Quello che succede non è accettabile, i vari istituti devono controllare cosa accade”. E il procuratore lancia una proposta: “Se da un lato alcune imprese di mafia si sono rivelate solo lavanderie per riciclare denaro sporco, molte altre aziende potrebbero superare i loro problemi se grandi operatori economici, le coop ma anche le catene di supermercati, con aiuti del governo – per esempio incentivi fiscali – decidessero di gestire direttamente quelle aziende”.

Un primo passo. Ma l’ostacolo vero, a detta di tutti, restano le banche. L’ultima parola a Luigi Ciotti di Libera, che conosce tutti i meccanismi infernali del percorso che segue ogni bene confiscato: “Il vero problema è che una grandissima quantità di quei beni, fra il 30 il 35 per cento, non sono utilizzati perché sono sotto ipoteca delle banche. Sono le ipoteche bancarie che, in tutta Italia, stanno bloccando l’uso dei beni confiscati. La nuova Agenzia deve trovare, soprattutto, una soluzione a questo problema”. E si chiede don Luigi: “Ma chi li ha concessi i mutui o i prestiti a quei signori e ai loro prestanome? Non sono state quelle stesse banche che adesso hanno ipotecato tutto?”.
(10 aprile 2010)
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http://www.radio24.ilsole24ore.com/main.php?articolo=imprese-confisca-fallimento-legalita-criminalita

Imprese confiscate che falliscono

Società gestite dalla mafia che falliscono nel momento in cui entrano in un circuito di legalità. Imprese che, una volta confiscate alla criminalità, sono costrette a chiudere per mancanza di profitto e pure di credito dalle banche. Il perchè possa accadere ce lo spiegano Domenico Larizza, amministratore di beni confiscati alla mafia a Reggio Calabria e Alberto Cisterna Sostituto Procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia.
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http://www.julienews.it/notizia/politica/beni-confiscati-incontro-con-il-prefetto-morcone/57728_politica_0.html

Beni confiscati: incontro con il prefetto Morcone
di: Rosario Lavorgna
NAPOLI – Si è svolta a Napoli , nella Sala ‘Caduti di Nassirya’ presso il Consiglio regionale della Campania l’audizione convocata dalla III Commissione Speciale regionale sui beni confiscati alla criminalità organizzata. Alla conferenza che ha fatto il punto sulla situazione della confisca e del riutilizzo di proprietà immobiliari e mobiliari appartenute alla criminalità, hanno partecipato il prefetto Mario Morcone, direttore dell’Agenzia Nazionale per i Beni Confiscati; l’On.le Antonio Amato, presidente della III Commissione regionale per i beni confiscati; gli assessori regionali Ermanno Russo e Pasquale Sommese; l’assessore alla legalità del Comune di Napoli Luigi Scotti; il responsabile nazionale dei beni sconficcati dell’Associazione ‘Libera’ Davide Pati ; il responsabile dell’Osservatorio Provinciale di Caserta sui beni confiscati, Mauro Baldascino; il presidente di Polis, Paolo Siani, ed i responsabili dei consorzi ‘Sole’ ed ‘Agrorinasce’. L’importante incontro non solo è servito a fare il punto sulla situazione confische e riutilizzo, ma anche ad individuare la possibilità di un ufficio territoriale dell’Agenzia nazionale in regione Campania, come punto nodale in modo tale da avere la massima sinergia per il grande lavoro da svolgere.
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BENI CONFISCATI – ACCORDO GOVERNO E REGIONE CAMPANIA

BENI CONFISCATI ACCORDO GOVERNO REGIONE CAMPANIA 09 gennaio 2010

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Madonie, 22 comuni uniti in consorzio per la gestione dei beni confiscati

«Legalità e sviluppo» amministrerà gli immobili sottratti alle cosche secondo un progetto comune

PALERMO – Ventidue comuni hanno dato vita al Consorzio madonita «Legalità e sviluppo» che gestirà, secondo un progetto comune, i beni confiscati alla mafia ed assegnati al patrimonio delle basse ed alte Madonie. All’intesa hanno aderito la Provincia di Palermo, i comuni di Polizzi Generosa, Castellana Sicula, Petralia Soprana e Sottana, Blufi, Bompietro, Alimena, Valledolmo, Sclafani Bagni, Geraci Siculo, Gangi, Castelbuono, Campofelice di Roccella, Lascari, Cefalù, Scillato, Collesano, Gratteri, Pollina, San Mauro Castelverde e Collesano. Dopo la firma del protocollo d’intesa verrà adesso predisposta la delibera di adesione che dovrà essere votata da giunte e consiglio comunali.

RISCATTO – «Grazie a questa iniziativa», spiega il parlamentare regionale e componente della commissione antimafia dell’Ars, Salvino Caputo, «i Comuni delle Madonie potranno utilizzare i beni confiscati per creare lavoro e sviluppo economico». «Ero certo», dice Patrizio David, sindaco di Polizzi Generosa, comune capofila del progetto, «che i sindaci delle Madonie avrebbero assicurato piena disponibilità a costituire nel vastissimo territorio una struttura pubblica che consentirà di utilizzare i beni sottratti ai boss non solo come risposta di legalità ma anche come riscatto sociale per restituire alla società civile in termini di lavoro e sviluppo quello che la mafia ha sottratto con omicidi ed estorsioni» .

Fonte Italpress
15 ottobre 2010
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http://palermo.repubblica.it/dettaglio-news/12:17-12:17/3854988

Mafia: Morcone, sempre attuale pericolo infiltrazioni beni confiscati

Palermo, 15 ott.- (Adnkronos) – “Il problema delle infiltrazioni nella gestione dei beni confiscati e’ un problema che c’e’ adesso e ci sara’ tra vent’anni”. Lo ha detto Mario Morcone, direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati a margine della presentazione del primo corso di alta formazione in amministrazione e destinazione dei beni confiscati che si svolgera’ a Palermo grazie ad una collaborazione che vede protagonisti, tra gli altri, Universita’, Agenzia Nazionale per i beni confiscati e Direzione Nazionale Antimafia. “Bisogna evitare gli errori – ha concluso – ed e’ necessario un forte raccordo con l’autorita’ giudiziaria che ci aiutera’ a non fare passi falsi”.

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http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/notizie/cronaca/2010/15-ottobre-2010/beni-confiscati-mafia-sicilia-primo-posto-5mila-tutta-isola-1703956553340.shtml

Beni confiscati alla mafia, la Sicilia al primo posto: 5mila in tutta l’isola
L’assessore Alongi: «Destinare parte del Fondo costituito con le somme sequestrate alle associazioni e alle onlus»

PALERMO – Sono 8.446 gli immobili confiscati in Italia, l’83 per cento nelle quattro regioni del Sud: Sicilia (43 per cento), Calabria, Campania e Puglia. Ma anche in Lombardia (7,2 per cento) e Lazio (3,9 per cento). In particolare sono 3.300 quelli confiscati a Palermo e 5.000 in tutta l’Isola. I dati sono emersi nel corso del convegno su “Beni confiscati alla mafia: un’opportunità di sviluppo”, organizzato dall’assessorato alla Legalità della Provincia di Palermo, al quale hanno preso parte magistrati, docenti, amministratori e il prefetto Mario Morcone, direttore dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, ha reso noti i dati sui beni confiscati alla mafia.

La Provincia di Palermo ha elaborato una proposta di modifica della normativa sui beni sequestrati, che e’ stata sottoposta all’attenzione del prefetto Morcone. «La nostra bozza di modifica che sottoporremo nei prossimi giorni anche a Governo e Parlamento nazionali – ha spiegato l’assessore alla Legalità, Pietro Alongi – riguarda la possibilità di destinare una parte del Fondo costituito con le somme sequestrate alla mafia alle associazioni, alle onlus e alle cooperative che gestiscono i bene confiscati e che spesso si trovano a dovere ristrutturare immobili in cattive condizioni o comunque ad affrontare lo start up delle attività per le quali hanno ottenuto i beni. Inoltre proponiamo la possibilità che anche i Consorzi tra Comuni possano essere assegnatari dei beni confiscati e l’istituzione di un elenco pubblico e sempre aggiornato attraverso il quale tutti i cittadini possano conoscere i beni assegnati, chi li gestisce e con quali finalità».

Fonte Italpress
15 ottobre 2010

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Beni confiscati alla criminalità, presto un Fondo di garanzia

Lo annuncia il direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni Mario Morcone in un articolo pubblicato sul magazine Sette. Servirà, soprattutto nel caso di imprese e aziende, a sostenere la produzione e tutelare i posti di lavoro

Cresce il numero di beni confiscati alle mafie, sono 162 attualmente quelli già assegnati dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, al lavoro da maggio, per progetti con finalità sociali, di sicurezza o di volontariato.
E si diversifica la tipologia dei beni in cui i boss riciclano gli introiti illegali, si legge nell’articolo pubblicato su magazine del Corriere della Sera ‘Sette’ di questa settimana. Che parla anche dei problemi di gestione che si trova ad affrontare l’Agenzia soprattutto quando si tratta di aziende, che vanno ‘bonificate’ mantenendone in vita il ciclo economico con i posti di lavoro collegati.
Tra gli ostacoli principali c’è la scarsa disponibilità delle banche che spesso, dopo la confisca, chiudono il credito. Anche per affrontare questo problema l’Agenzia ha intenzione, dichiara il suo direttore, il prefetto Mario Morcone, di creare un Fondo di garanzia «che sostenga le iniziative degli amministratori giudiziari nei momenti più difficili e difenda i posti di lavoro di chi con le cosche non c’entra nulla»
http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/notizie/antimafia/0058_2010_10_01_articolo_Sette_su_Agenzia_nazionale_beni_confiscati.html
Articolo di Sette su Agenzia beni confiscati 30 9 2010
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Rassegna_Stampa_30_agosto_-_05_settembre__2010
Rassegna_Stampa_23_-_29_agosto_2010
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http://www.livesicilia.it/2010/09/19/il-ministro-alfano-assicura-i-boss-moriranno-poveri-in-cella/

Il ministro Alfano assicura:
“I boss moriranno poveri in cella”

”I boss moriranno in carcere in poverta”’. Il messaggio secco arriva dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a pochi giorni dalla vicenda di Giovanni Brusca, ergastolano pentito indagato per riciclaggio, fittizia intestazione di beni e tentata estorsione. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, da parte sua, ricorda che il valore dei beni sequestrati e confiscati alle mafie ha raggiunto quota 16 miliardi di euro. Alfano ha parlato a Cortina d’Ampezzo, alla kermesse del Pdl. ”Noi – ha rivendicato – abbiamo reso durissimo il carcere duro. E nel carcere duro ci stanno tutti i boss che le fiction e i tg hanno reso famosi, tutti stanno al carcere duro e quegli ergastoli noi non li intiepidiremo mai e moriranno là, poveri perchè gli abbiamo anche sequestrato i beni”. Ad oggi sono 681 i detenuti sottoposti al regime speciale del 41 bis. Alle parole del Guardasigilli, hanno fatto eco quelle di Maroni, che ha inaugurato un asilo nido in una villa confiscata alla criminalità organizzata a Lonate Ceppino (Varese). Questo asilo, ha spiegato, ”è uno degli oltre 15mila beni che sono stati sequestrati e confiscati in questi due anni per un controvalore di oltre 16 miliardi di euro. Il nostro obiettivo – ha aggiunto – è quello di mettere a disposizione degli enti locali il bene confiscato e per questo abbiamo creato l’Agenzia nazionale. Vogliamo valorizzare il bene sottratto alla mafia, metterlo a disposizione dei cittadini e far vedere che lo Stato c’è e che va sempre fino in fondo”. L’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, ha sottolineato il titolare del Viminale, ‘’sta entrando in piena attività e già la prossima settimana a Isola Capo Rizzuto (Kr) ci sarà un primo punto sulla questione”. Al convegno in Calabria parteciperanno, tra gli altri, Maroni e Alfano, il capo della polizia, Antonio Manganelli, il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, il direttore dell’Agenzia, Mario Morcone. La sede principale dell’Agenzia è Reggio Calabria; ne è stata quindi aperta una a Roma e ne seguiranno altre – ha annunciato il ministro dell’Interno – a Palermo, a Napoli ed anche a Milano, ”perchè la Lombardia è la quarta regione in Italia come numero complessivo di beni sequestrati alla criminalità organizzata”.

19 settembre 2010

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http://bellaciao.org/it/spip.php?article27257
martedì 24 Agosto 2010 (19h13) :

Beni confiscati ad organizzazioni criminali: confiscabili

anche quando il reato è prescritto.

Pugno di ferro della Cassazione sulla confisca obbligatoria dei proventi della criminalità organizzata. “ La misura può essere disposta anche in caso di prescrizione del reato, purchè il giudice accerti a monte la responsabilità penale dell’imputato “. La sentenza n. 32273 del 24 agosto 2010 della seconda sezione penale della Cassazione ha riaperto la possibilità di applicare la confisca obbligatoria anche se il reato si è già prescritto. I giudici hanno però fissato un importante paletto: è il Tribunale a dover accertare, prima di disporre il sequestro, che la responsabilità penale dell’imputato sia effettiva. Secondo il componente del Dipartimento Tematico “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori, Giovanni D’AGATA, l’importante decisione della Suprema Corte che fa dietrofront rispetto alla decisione delle Sezioni unite depositata soltanto due anni fa (8834), ha affermato il principio secondo cui “in caso di estinzione del reato, il giudice dispone di poteri di accertamento, al fine dell’applicazione della confisca, non solo sulle cose oggettivamente criminose per loro intrinseca natura (art. 240, comma 2, n. 2 c.p.), ma anche quelle che sono considerate tali dal legislatore per il loro collegamento con uno specifico fatto reato” (art. 240, comma 2 n° I c.p. e art. 12 sexies L. n° 356/’92)”.

di : giovanni d’agata

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ilsole24ore -manager per gestire beni confiscati
http://www.benisequestraticonfiscati.it/AgenziaNazionale/
beniConfiscati/news/archivioNews/news51.html?archNews=true
18/07/2010  -  RTV: Aziende confiscate a Gioia Tauro: credito a persone, 
poi incriminate per reati mafiosi, e nessuna fiducia allo Stato?

Un primo bilancio di attività e la forte denuncia del direttore dell’agenzia Morcone.

Inaugurata nel marzo scorso alla presenza del ministro dell’Interno Roberto Maroni, del procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso, dell’allora sindaco di Reggio Calabria, oggi governatore della regione, Giuseppe Scopelliti, e del primo direttore, il prefetto Alberto Di Pace, cui solo il mese dopo è succeduto Mario Morcone, l’Agenzia Nazionale per i Beni sequestrati e confiscati alla Criminalità Organizzata con sede a Reggio Calabria ha iniziato il proprio cammino di affermazione della legalità incontrando non poche difficoltà. Qualche traguardo è già stato raggiunto, tra cui una razionalizzazione dei dati relativi ad aziende e immobili sottoposte a sequestro e confisca e l’assegnazione, per fini sociali e istituzionali e in soli pochi mesi, di 114 beni in Sicilia, Campania, Lombardia, Abruzzo, Puglia e 10 anche in Calabria (l’elenco è reperibile al link che segue http://www.benisequestraticonfiscati.it/AgenziaNazionale/beniConfiscati.html). Un dato ufficializzato anche in occasione dell’inaugurazione della prima sede decentrata a Roma avvenuta proprio nei giorni scorsi in via dei Prefetti al numero 22.

Solo l’inizio, spiega il direttore, il prefetto Mario Morcone, già prefetto di Rieti e Arezzo, oltre che già Direttore Generale della Protezione Civile e dei Servizi Antincendi e, poi, del Gabinetto del Ministro e nel 2006 capo del Dipartimento delle Libertà civili e dell’Immigrazione. Una personalità poliedrica che si è occupata anche di difesa nazionale e pianificazione civile d’emergenza, Unione Europea e NATO, nonché della normativa concernente la tutela del segreto di Stato e delle intese internazionali in materia di sicurezza e che, nell’ambito della missione delle Nazioni Unite per l’amministrazione temporanea in Kosovo (UNMIK) – nel settembre 1999 ha svolto delle funzioni di “Deputy per la civil administration”, (Pillar II), che costituiva uno dei quattro pillar nei quali si articolava la missione; è stato altresì amministratore ONU della regione e della città di Mitrovica al confine tra Serbia e Kosovo nel marzo 2000. Una persona competente, dal prestigioso bagaglio esperienziale, insediatosi lo scorso 26 aprile alla direzione dell’Agenzia Beni Confiscati, considerata la punta di diamante della lotta alla mafia. Istituita con legge nel febbraio del 2010, essa ha sede proprio in riva allo Stretto non solo perché la provincia di Reggio Calabria rappresenta il territorio con il maggior numero (902 su 1.325) di beni insistenti su di esso in tutta la regione calabrese – terza in classifica dopo Sicilia e Campania – ma anche e soprattutto per rappresentare il segno tangibile di uno Stato presente mentre in Calabria la Procura della Repubblica subisce un attentato e magistrati, giornalisti e amministratori vengono vilmente intimiditi.

E’ stato proprio il direttore Mario Morcone a spiegarci come stanno procedendo le attività dell’Agenzia, impegnata sul versante del confronto con gli enti locali e i soggetti sociali per quanto concerne la fase squisitamente finale della confisca, ossia l’assegnazione per fini sociali, e sul versante dell’affiancamento della magistratura, nella persona dell’amministratore giudiziario, per quanto concerne il delicato, quanto mai critico e spesso lungo, periodo del sequestro. Proprio in questo momento di notevole aggressione ai patrimoni mafiosi e di fiumi di beni sequestrati dalla magistratura, si leva forte la sua denuncia circa le resistenze riscontrate sopratutto in Calabria in cui il contesto ambientale non favorisce quella rinascita sociale di cui tanto si parla e di cui tanto ci sarebbe bisogno.

In particolare il direttore Morcone ha denunciato fatti gravissimi e preoccupanti con riferimento a delle aziende sequestrate a Gioia Tauro che adesso, dal momento del subentro dell’amministrazione giudiziaria ossia dello Stato, non godono più di fidi bancari e alla cui gestione non viene ammessa a concessione la stessa amministrazione della Giustizia. Insomma sì al credito a persone, poi incriminate per reati mafiosi, e poi allo Stato nessuna fiducia? Domande che assurgono a paradossi e che fanno indignare perché di indignazione e di voglia di scardinare questo sistema assolutamente deviato, piegato e complice sono cariche le parole del prefetto Mario Morcone che di seguito vi riportiamo:
“E’accaduto un fatto gravissimo nel quale andrò a fondo per capire meglio. Banca Nazionale del Lavoro, Banco di Napoli, Banca di Credito Cooperativo di Cittanova e CaRiMe si sono tirati indietro nella concessione del loro credito, accordato fino al giorno prima, ad aziende sequestrate e adesso in gestione all’amministrazione giudiziaria. Mi rendo conto – prosegue il direttore Morcone – che le banche sono dirette da uomini, tuttavia, non si comprende questo atteggiamento che pone in ginocchio aziende in buone condizioni, che ancora offrono garanzie reali e solide, che hanno avuto fino al momento dell’intervento dell’autorità giudiziaria una buona presenza sul territorio e un patrimonio di posti di lavoro da salvaguardare. Ci sono evidentemente dei motivi che con l’ausilio della magistratura e delle forze dell’ordine esplorerò, lo assicuro e lo prometto. Forse pavidità – incalza il direttore Morcone – o altri motivi inconciliabili con un’autentica rinascita civile di questa regione; il punto è che se noi consentiamo a queste persone di porre in essere simili comportamenti, non andremo da nessuna parte”. Non accenna ad abbassare il tiro, durante la nostra conversazione il direttore Morcone che annuncia di affrontare la questione con il Ministero dell’Interno interpellando l’Abi, l’associazione delle Banche Italiane di cui è di recente divenuto presidente il direttore di Monte dei Paschi di Siena, il catanzarese Giuseppe Mussari e a cui l’emittente ReggioTv ha già rivolto uno specifico appello. Ma non solo l’Abi, saranno interpellati anche i singoli istituti di credito.

La denuncia del prefetto Morcone non termina qui. Altro episodio preoccupante si registra sempre a Gioia Tauro dove “l’autorità Portuale si è rifiutata di ammettere a concessione l’amministrazione giudiziaria – ha dichiarato il direttore Morcone – per la gestione di uno specchio d’acqua di 2500 metri quadri che fino a qualche giorno prima appartenevano ad un’azienda di diporto nautico e rimessaggio sequestrata del Tribunale di Reggio Calabria con provvedimento di aggressione patrimoniale per reati mafiosi”. Dunque sì ad una concessione in mano a chi è stato poi destinatario di provvedimenti penali per reati di stampo mafioso e non la stessa concessione allo Stato.

Dopo queste pesanti denuncie, l’impegno del direttore Morcone e di tutta l’Agenzia è quello di guardare a fondo in queste faccende molto poco chiare e che, senza mezzi termini, lasciano emergere un contesto ambientale spinoso e ostile a qualunque proposta di legalità e intervento dello Stato. Certo è che quando anche le banche e le autorità portuali divengono complici, più o meno consapevolmente, di tutto questo, allora la questione non attiene solo al perseguimento dei mafiosi e all’aggressione del loro patrimonio ma anche e soprattutto alla mancanza volontà concreta e reale, sulle cui cause è doveroso indagare, di estromettere da ogni circuito vitale la mafia. L’agenzia intende farlo, riprendendo la considerazione del direttore Morcone, “demolendo tale contesto ambientale in cui si sta ritrovando ad operare”.

Anna Foti

Domenica 18 luglio 2010  ore 18:02

SENZA BOSS SI FALLISCE 10 APRILE 2010


Consorzio Sviluppo e Legalità in Europa

In vista di una nuova normativa europea per la gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, la Rand europe Cambridge Ltd e la direzione generale giustizia, sicurezza e libertà della  Commissione Europea,  stanno portando avanti una ricerca attraverso il panorama legislativo dei 27 stati membri dell’Unione Europea.Il Consorzio Sviluppo e Legalità è stato individuato in Italia come esempio di un’ottima gestione dei beni confiscati per i risultati ottenuti in termini sociali e occupazionali, da cui si può trarre spunto per la formazione di normative internazionali. Grande la soddisfazione del Direttore del Consorzio Lucio Guarino e del Presidente Giuseppe Siviglia, che sottolinea: “Siamo soddisfatti per i risultati che abbiamo ottenuto con grande impegno,  siamo felici di poter essere chiamati ad esempio come modello da imitare e diffondere, e di poter contribuire alla formazione della nuova normativa europea in tema di lotta alle mafie”.

http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=11628

Reggio Calabria:
beni confiscati, legalità e sviluppo

Protocollo di intesa tra l’Agenzia Nazionale e l’Università di Palermo

Siglato un protocollo d’intesa per una efficiente ed efficace amministrazione e riutilizzazione sociale dei beni illecitamente accumulati dalle famiglie mafiose. La prefettura di Reggio Calabria ha ospitato la cerimonia di firma alla presenza di rappresentati di Istituzioni e forze dell’Ordine. Ad accogliere i firmatari, il padrone di casa, Luigi Varratta.

Il Procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, il direttore dell’Agenzia Nazionale dei beni sequestrati e confiscati al crimine organizzato con sede a Reggio Calabria Mario Morcone, sul fronte istituzionale, poi Roberto Lagalla, rettore dell’Università di Palermo, Giovanni Fiandaca, direttore del Dipartimento di Studi Europei e dell’Integrazione Internazionale, e Sebastiano Costantino, direttore del master “Legalità e Sviluppo”, sul versante della formazione e del supporto tecnico-scientifico.

Questi gli attori che hanno, infatti, siglato un nuovo strumento pattizio presso la Prefettura di Reggio Calabria. Lo scopo, quello di incidere su due nodi nevralgici che rendono attualmente estremamente difficoltosa la riutilizzazione sociale dei beni sottratti alle famiglie mafiose ossia l’assenza di programmazione del territorio, e di concreta progettazione, e le criticità legate alla valutazione della sostenibilità economico-finanziaria per il recupero dei beni e il mantenimento delle aziende sottoposte a sequestro e poi a confisca. L’esordio nel campo dell’Antimafia per l’Università. Palermo capofila, ma già si lavora per un’analoga intesa con l’Università mediterranea di Reggio Calabria.

Dunque attraverso attività di formazione e consulenze tecnico-scientifiche, da un lato, e di tirocini presso gli uffici dell’Agenzia nazionali dall’altro, avverrà uno scambio di saperi e competenze utili anche con riferimento alla qualificazione oggi richiesta per quella figura centrale nel processo di riutilizzazione sociale, ossia l’amministratore giudiziario, per il quale è stato recentemente istituito un apposito albo.

L’obiettivo è anche quello di creare una rete di Università che possano non solo supportare l’esistente con le loro conoscenze tecnico-scientifiche ma anche immettere nel circuito professionalità all’altezza di una sfida culturale, quale quella dell’uso sociale dei beni illecitamente accumulati,  che non lascia fuori alcuno.

Le criticità  rimangono ancora molte, stante lo scarto tra beni confiscati, in continuo aumento, e beni effettivamente riutilizzati socialmente il cui trend è in aumento ma ancora notevolmente inferiore rispetto al primo, dunque l’impegno deve crescere su tutti i fronti, un passo per volta. Adesso è la volta, come lo stesso procuratore Piero Grasso ha dichiarato, di armonizzare Legalità e Sviluppo, due dimensioni imprescindibili per uno Stato di Diritto ma che spesso si trovano in contraddizione. Il caso più emblematico è il dramma occupazionale che spesso deriva dal sequestro di un’azienda. A questo ma non solo, il reperimento dell’expertise necessario tramite i laboratori della conoscenza per eccellenza, quali le università, potrebbe offrire una risposta adeguata e supportare quegli enti locali che non dispongono, oltre che di fondi, anche di strumenti operativi per restituire concretamente alla collettività i beni accumulati con attività illecite.

da www.reggiotv.it

http://www.benisequestraticonfiscati.it/AgenziaNazionale/beniConfiscati.html

D.L. 4-2-2010 n. 4

Istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. – Pubblicato nella Gazz. Uff. 4 febbraio 2010, n. 28.

DL n. 4-2010

Legge 31 maggio 1965, n. 575

L. n. 575-1965 agg

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